Ciao

Farewell-display-picture-for-whatsapp4Anonimo.
Cioè nessuno sa chi sono e va bene così.
Non so neanche perché lo faccio, forse perché urlare all’infinito (nel senso di spazio) potrebbe farmi stare meglio, potrebbe lenire un magone che mi sto portando dentro e che non so quando scoppierà, se scoppierà e in che modo scoppierà.
In verità, la mia migliore amica, la mia sorellina sa di questo blog, ma ormai sa già la notizia, quindi non vale.
Sentivo la necessità di scrivere da qualche parte e ho scelto il comodo anonimato di WordPress.
Mi ero sempre ripromesso anche di non fare un cosa del genere ma implicitamente, forse, sapevo che lo avrei comunque fatto e quindi lo considero un po’ come un messaggio in bottiglia lanciato tra i flutti della rete (e, per chi come me crede, anche più su).

Facciamola breve: ciao papà.

 

 

 

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Selfie

Selfiequindiesisto.pngLa più bella descrizione del fenomeno dei selfie, ora e per sempre.
Grazie DOC, d’ora in poi manderò chiunque verso questa tua pagina in modo che si possa schiarire le idee quando si vanta dei suoi trecento selfie nel giro di mezz’ora.

SELFIE, PROMESSA DI FELICITÀ
Come in tutti i luoghi ad alta concentrazione turistica (in Giappone è uguale, ci sono solo più cinesi maleducati), selfie, selfie ovunque. Ne hai scattati un paio anche te, per postarli in giro, come tutti. Ma senza sorridere, se non lo stavi già facendo. E limitandoti a uno scatto per volta. Vuoi preservare il ricordo? È ok. Sei allegro? Benone. Ti metti in posa per duecento scatti, alla ricerca dell’angolazione perfetta da fb e instagram, fingendo di esserlo? Copri di ridicolo te e, per estensione, tutto il genere umano. Un pomeriggio, a Osaka, stai bevendo un ginger ale. Al tavolino accanto si siedono due ragazzotti coreani. Ordinano due birre e il takoyaki, ma non consumano niente: sono solo oggetti di scena, con i quali si scattano tipo trecento selfie a cranio. Non stai esagerando. Venti minuti di autoscatti a mezzo smartcoso. Click, click, click, click, click. Quanto tempo ci metteranno poi a scegliere?, ti chiedi. E anche: perché? Ovunque la stessa cosa. Fermati abbastanza in un posto famoso e lo vedrai popolarsi di professioniste della duck face. Schiene incurvate, bacini in pose innaturali, sorrisi. Tanti sorrisi. Solo per il tempo dello scatto. Perché non c’è felicità nell’esercito dei selfie. Non c’è apprezzamento per il luogo e le sue bellezze. Non è vero, del resto, è solo uno sfondo, il set per vendersi meglio sui social. Si finge un sorriso, si scatta a raffica, si sceglie, si posta. Poi, se arrivano like e cuoricini, e solo allora, i soldati dell’autoscatto sorridono. Non è una semplice foto: si investe sulla felicità, con le mani o la mazzarella apposita tesi in avanti, sperando di essere apprezzati e solo per questo di essere felici davvero. Di esistere davvero. 

 

(Doc, se vuoi che levo tutto il post, basta dirmelo).